“Non è un referendum pro o contro il governo, votiamo sì per cambiare la prospettiva del Paese nei diritti di cittadinanza e del lavoro”
Città della Spezia, 4 aprile 2025
L’economista Fabrizio Barca è tornato alla Spezia in questi giorni, impegnato nella campagna referendaria prevista per il prossimo inizio giugno. Ex ministro del governo Monti e da anni figura di riferimento per una sinistra attenta alla giustizia sociale e territoriale, Barca ha deciso da tempo di schierarsi apertamente, contribuendo, anche nella due giorni spezzina, al confronto, organizzato l’altra sera in Sala Dante dalla Cgil spezzina. Il co- coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità si è alternato al tavolo degli oratori con il segretario della Camera del Lavoro spezzina e portavoce del comitato referendario provinciale per il Sì, Luca Comiti, Marta Michelis, impiegata, e Pierpaolo Ritrovati, rider, membri del coordinamento del Comitato. Perché partecipare al referendum, perché tentare di superare il quorum con il sì ai quesiti proposti? “Per l’Italia è anche l’occasione in cui possiamo dimostrare di poter cambiare le cose senza bisogno di una dittatura, mortificando la dignità di persone che pagano le tasse – spiega Barca a Città della Spezia – . A differenza delle elezioni politiche, dove non sappiamo l’effetto del voto, oggi il referendum dà molto più potere: sappiamo insomma cosa succede in caso in cui si vinca e noi vogliamo cambiare quelle cose, facendo del bene ai lavoratori e alle imprese meritorie, evitando la concorrenza sleale e per quanto riguarda la cittadinanza, per rispondere anche a una esigenza demografica sempre più pressante”.
Ricordando che il referendum avrà valore solo se si raggiungerà il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, parliamo di cinque quesiti che chiameranno i cittadini italiani alle urne l’8 e 9 giugno 2025 su temi cruciali come il lavoro e la cittadinanza. Per quest’ultimo punto il quesito propone di ridurre da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale richiesto per ottenere la cittadinanza, estendendola automaticamente anche ai figli minorenni con l’obiettivo di facilitare l’integrazione degli stranieri stabilmente residenti in Italia. Gli altri quesiti trattano di lavoro, contratti e imprese: dal ripristino dell’articolo 18, eliminato a suo tempo dal Jobs Act, che garantiva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa, indipendentemente dalla data di assunzione passando per l’eliminazione del tetto massimo al risarcimento per licenziamenti illegittimi in aziende con meno di 16 dipendenti, lasciando la decisione ai giudici caso per caso. Il quesito sui contratti a termine mira invece a limitare l’uso eccessivo dei contratti a tempo determinato, rendendo obbligatorie le causali giustificative anche per contratti inferiori ai 12 mesi mentre nell’altro si propone di ripristinare la responsabilità solidale del committente anche per gli incidenti derivanti da rischi specifici dell’appaltatore o subappaltatore, per rafforzare le tutele dei lavoratori coinvolti in appalti.
In teoria se ci fosse una classe operaia consapevole i quesiti sarebbero diretti soprattutto a garantire quei milioni di lavoratori. Come farlo?
“Non dimentichiamoci che siamo ancora la seconda realtà manifatturiera d’Europa, i ragazzi di oggi ne beneficeranno domani nel non poter essere licenziati illegittimamente. Ci sono milioni di operai e operaie, 2,3 milioni di persone, che domani mattina potrebbero avere un beneficio diretto da questo referendum. Non vogliamo affatto abolire il contratto a tempo determinato, che in certi casi è un ottimo strumento ma si vuole contenere l’utilizzo di questo contratto di lavoro che deve essere coerentemente usato a seconda del profilo dell’azienda che lo applica”.
Voi vi rivolgete anche alle aziende.
“In un Paese in cui nel 16% delle famiglie c’è almeno un imprenditore, dico che nei prossimi sessanta giorni è importante parlare con loro. Il referendum riporta luce sui contratti di lavoro che così facendo rientrerebbero nei CCNL. Questa battaglia aiuta a ridare consapevolezza. Se si continua a non parlarne, ma si fanno talk show che parlano solo di sondaggi e di variazioni di percentuale sulla popolarità dei partiti, non andiamo da nessuna parte. Il referendum da questo punto di vista è uno strumento di democrazia. C’è poi il tema sicurezza: non risolve tutto, ma riduce gli infortuni e poi rafforza il nostro Paese. Non è certo un trauma poi c’è l’opportunità collettiva. Nelle condizioni in cui sono oggi quei lavoratori sono sfruttati”.
La questione cittadinanza non riguarda soltanto il rafforzamento demografico ma riguarda anche e soprattutto una precisa visione di Paese.
“I dati dicono questo: ad esempio nel 2023 dei 213 mila a cui è stata data la cittadinanza il 37% era fra 0 e 19 anni, contro un nostro valore nazionale del 17%. Certamente c’è un’opportunità di rafforzamento demografico con la piena cittadinanza, soprattutto in termini di fascia giovanile. Cerchiamo di evitare di fare come la Francia e creare un Paese mescolato, come è sempre stato nella storia”.
E i partiti che fanno? Dando un’occhiata alle cronache nazionali (e internazionali) sembrano pensare a tutt’altro.
“Non credo ci sia opposizione partitica, semmai il problema è che le persone non sanno di questo referendum. Di sicuro non si vota per un partito o per un altro, si vota per sei quesiti concreti. Il tema è che molti di noi sono già scorati, non guardano più niente e non sono minimamente toccati. In realtà questa non è una battaglia opposizione-governo e non è un voto contro il governo, perché ricordo che Fratelli d’Italia non votò contro quelle politiche che noi oggi mettiamo in discussione con questo referendum. È un referendum per o contro la democrazia”.
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